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E non volevamo avere di più. Dante incontra Francesco 2020

  

 

IL TESTO ICONOGRAFICO
Manuela Marinelli

Il laboratorio di teatro Classico γνῶθι σεαυτόν, come sempre sostenuto dall’Associazione di Promozione Sociale Argenis onlus, ha partecipato al Festival “Con Francesco nella Valle” realizzando il video “E non volevamo avere di più. Dante incontra Francesco”.

Lo spettacolo era già stato allestito il 12 ottobre 2019, lungo le sponde del fiume Velino, ma a causa della pandemia non è stato possibile replicare dal vivo lo spettacolo e dunque il lavoro è stato nuovamente realizzato ma in video, così da rispettare le norme di sicurezza.

Il lavoro è nato da un’idea di fra Marino Porcelli, la sceneggiatura è stata redatta da Annamaria Magi, Manuela Marinelli e lo stesso fra Marino. La regia e il coordinamento dello spettacolo sono stati curati da Annamaria Magi, le scelte iconografiche sono state a cura di Manuela Marinelli, il montaggio è stato fatto da Maurizio Rossi coadiuvato da Manuela Marinelli e Annamaria Magi.

Allo spettacolo hanno preso parte 45 studenti del ginnasio e del liceo.

Le immagini nella versione del 2019 allestita al Ponte Romano, dovevano essere proiettate sui muri delle case, per coinvolgere tutto l’ambiente in cui lo spettacolo si svolgeva. Le proiezioni sulle case dovevano produrre riflessi sull’acqua e sull’erba così che le luci e i colori si sarebbero riverberati sugli attori vestiti di bianco.

Nel 2020 abbiamo trasposto il lavoro in video e questo linguaggio diverso ha richiesto un altro approccio al testo e alla scenografia.

Il lavoro, preceduto dal Prologo, è suddiviso in tre parti: La Lode; La Povertà; L’Amore.

Il Prologo è un monologo, scritto da fra Marino, sulla perenne ricerca esistenziale dell’umanità, intensamente interpretato dal “Mendicante di Senso”.

Il Coro dei ragazzi recita l’incipit del Canto I del Paradiso e alcuni stralci del X.

A fare da contrappunto a: La gloria di colui che tutto move, scandito dal coro, viene declamato l’Altissimu, onnipotente bon Signore” del Cantico delle creature di san Francesco. Mentre a lodare quel frate sole che Dante ci addita come Lo ministro maggior de la natura sono due Beatrici: una nera e l’altra bianca. I ragazzi recitano brani tratti dalla “Leggenda Perugina” che racconta di san Francesco per bocca dei suoi fratelli. Le due Beatrici proseguono nell’elogio del creato e i Beati raccontano come la Provvidenza, che governa il mondo, abbia ordinato la nascita di san Domenico e san Francesco. Si giunge al fulcro del Canto XI del Paradiso: il matrimonio di Francesco con Madonna Povertà che, dispetta e scura, è rimasta sanza invito per millecent’anni, vedova di Cristo, fino al matrimonio mistico con san Francesco.

Alcuni brani, estrapolati dal Sacrum Commercium delle Fonti Francescane, raccontano come Francesco, con la sua dolcissima amante e i suoi frati, abbiano scelto di vivere in un chiostro costituito dal mondo intero, decidendo di seguire, come Regola, il Vangelo.

Lo spettacolo evidenzia come la vera Povertà francescana, la Kenosis, sia l’anelito allo svuotamento del Sé, la rinuncia al nostro bene più prezioso: la nostra psyché., per accogliere l’Altro.

 “L’Amor che move il sole e l’altre stelle” di Dante, è lo stesso di Francesco. È Carità che genera e trasforma. Riempie l’esistenza fino a far gridare ai seguaci di Francesco: E non volevamo avere di più.

Le immagini hanno svolto due principali funzioni semantiche:

  • Funzione evocativa, con l’intento di suscitare sensazioni in sintonia con le musiche di scena, le battute e l’azione degli attori.
  • Funzione sinestetica con l’intento di creare correlazioni sensoriali fra la vista e l’udito.

Nel video dunque si è rinunciato a qualunque ambientazione scenografica tradizionale e si è preferito immergere completamente gli attori nelle immagini che dovevano suggerire la visionarietà metafisica delle situazioni rappresentate.

Funzione evocativa

L’immagine scelta per il titolo della prima parte è un volo di rondini che suggeriscono la gioia, il rendimento di Grazia e la lode del creato del Cantico delle Creature di San Francesco.

Manuela Marinelli, Piana reatina, 2018

Prologo.

Il monologo del Mendicante di Senso si svolge fra le nubi che solcano in diagonale il cielo evocando l’Infinito finito di cui parla il testo poetico.

Manuela Marinelli, Terme di Caracalla, Roma, 2019

Danza su musica di Fabrizio De André, Laudate hominem

Siamo nel Paradiso di Dante, le danzatrici si muovono immerse nelle immagini come se fossero con gli angeli in Paradiso.


Beato Angelico, Giudizio Universale, part. 1431 ca, San Marco, Firenze

 


Beato Angelico, Giudizio Universale, 1431 ca, San Marco, Firenze

Beato Angelico, nel suo Giudizio Universale, di fronte a una vertiginosa infilata prospettica di sepolcri aperti, ormai vuoti, rappresenta un’imponente corte celeste, con Cristo giudice in una mandorla, costituita da presenze angeliche. Alla sua sinistra i dannati vengono sospinti con brutalità dai demoni in un antro che si apre sui gironi dell’Inferno. Alla destra del Cristo i beati si abbracciano e insieme rivolgono un Rendimento di Grazie. Dietro di loro angeli e santi danzano in un girotondo lieto e armonioso. Angelico sottolinea la solitudine dei dannati che vengono singolarmente sottoposti alla loro punizione, mentre i beati vivono la salvezza in modo corale.


Giovanni di Paolo, Cinque angeli danzanti davanti al sole, 1436 ca, Musée Condé, Chantilly

Giovanni di Paolo ha rappresentato l’Empireo come una luce che riempie ogni spazio dove le creature angeliche danzano in circolo di fronte al sole senza restarne accecate perché è luce metafisica: “pura luce, luce intellettual, piena d’amore; amor di vero ben, pien di letizia; letizia che trascende ogni dolzore”.


Sandro Botticelli, Natività Mistica, part.,1500, Uffizi, Firenze

Natività Mistica è forse l’ultima opera dell’artista. In essa viene rappresentata la nascita di Gesù come un avvenimento misterioso e apocalittico. Il particolare che abbiamo scelto rappresenta il girotondo degli angeli che nei cartigli riportano le strofe del Gloria in excelsis Deo.

Sandro Botticelli stava attraversando un periodo di profonda crisi e disillusione per i gravi avvenimenti verificatisi in quegli anni a Firenze. L’invasione francese di Carlo VIII nel 1494, seguita alla morte di Lorenzo il Magnifico nel 1492. L’ascesa di Cesare Borgia, la cacciata di Piero de Medici e la presa del potere dei “Piagnoni” di Girolamo Savonarola a Firenze dove imperversavano i famigerati “Roghi della vanità” in cui vennero inceneriti dipinti, libri e opere d’arte sontuaria di vario genere, con il tragico epilogo della condanna a morte di Savonarola. Botticelli fu profondamente scosso dal naufragio degli ideali neoplatonici e si distaccò dalle sue incantate fiabe mitologiche tornando a tematiche squisitamente religiose. Le sue ultime opere sono pervase da un forte afflato escatologico e da un drammatico sentimento religioso, espresso con uno stile arcaizzante esplicitamente antitetico allo stile rinascimentale. Nella parte superiore del dipinto si trova un’iscrizione in greco che recita: “Questo dipinto, sulla fine dell’anno 1500, durante i torbidi d’Italia, io, Alessandro, dipinsi nel mezzo tempo dopo il tempo, secondo l’XI di san Giovanni nel secondo dolore dell’Apocalisse, nella liberazione di tre anni e mezzo del Diavolo: poi sarà incatenato nel XII e lo vedremo come nel presente dipinto”. Gli angeli danzanti recano cartigli su cui si trovano brani dell’Inno angelico: “Gloria in excelsis Deo et in terra pax hominibus”.

 
Melozzo da Forlì, Angeli musicanti, affresco staccato, 1472, Pinacoteca vaticana

Melozzo da Forlì eseguì i suoi famosi Angeli musicanti per la chiesa dei Santi Apostoli a Roma, quando era stato nominato pictor papalis. Purtroppo l’abside su cui erano affrescati venne distrutta nel 1711 e gli affreschi furono staccati. L’opera fu ammirata da artisti come Filippino Lippi e Michelangelo che rimasero fortemente colpiti per la perfezione dell’impianto prospettico, per la resa delle luci e delle ombre, di grande suggestione illusionistica, per la monumentalità delle figure e per la loro leggiadria.


Paolo di Stefano Badaloni detto Paolo Schiavo
, Coro di angeli musicanti, part., 1435,1440,
Santa Maria delle Grazie, San Giovanni Valdarno, Arezzo

Questa tavola di Paolo Schiavo era originariamente collocata nella chiesa di San Lorenzo a San Giovanni Valdarno. L’opera si sviluppa in verticale, utilizzando la sovrapposizione, indizio di profondità arcaizzante, a cui sono associati timidi scorci prospettici. Le punzonature delle aureole, l’eleganza degli indumenti, il linearismo insistito nella resa delle capigliature, rimandano all’eleganza raffinata del Gotico Internazionale e del primo Rinascimento. La resa eterea degli angeli e la delicatezza dell’incarnato suggeriscono l’incorporeità delle figure, espressa dalla raffinatezza dei gesti e delle espressioni.

CORO:

La gloria di colui Colui che tutto move


Duomo di Monreale, Fiat luminaria in firmamento celi, Mosaico, XII secolo, Palermo

I mosaici di Monreale mostrano un Dio Pantocratore, come “Colui che tutto move” che con un semplice gesto del braccio sollevato, senza sforzo, con distacco e precisione geometrica crea il firmamento.

per l’universo penetra, e risplende/ in una parte più e meno altrove.